Morire di depressione

Questa stanza, a partire dalla vicenda di Alessandra, deceduta in coerenza di ricovero ospedaliero con diagnosi di depressione maggiore, vuole informare e riflettere su alcune questioni di fondo. Le tendenze della psichiatria, la somministrazione e gli effetti collaterali degli psicofarmaci, i protocolli di sicurezza delle strutture ospedaliere, le responsabilità previste dalla legge italiana degli operatori sanitari nei confronti dei pazienti psichiatrici. Tutti temi affrontati dal procedimento penale apertosi all’indomani del decesso, e tuttora in corso presso la Procura della Repubblica di Milano.

3 novembre 2019   |    Gianni Barbacetto e Maddalena Oliva   |    IlFattoQuotidiano.it
Alessandra Appiano, l’indagine sulla morte non andrà in archivio

Si dice che “la libertà del paziente viene prima di tutto”. Anche, e soprattutto, quando la libertà può arrivare a spingersi al gesto ultimo, ed estremo, di porre fine alla propria sofferenza, gettandosi nel vuoto. Ma questo principio può non valere se si è ricoverati – pur con decisione volontaria – in una struttura medica. Perchè il paziente, specie se presenta disturbi della mente, è una persona che va “protetta”, prima di tutto da se stessa. La decisione, inaspettata, è arrivata una settimana fa. Di domenica mattina, così come di domenica mattina se n’era andata Alessandra. Il giudice di Milano Patrizia Nobile ha ordinato nuove indagini sulla morte di Alessandra Appiano. Smentendo il pubblico ministero che aveva chiesto di archiviare il procedimento penale contro ignoti per omicidio colposo, il gip ha così accolto le istanze di Nanni Delbecchi, marito di Alessandra e nostro collega. Alessandra Appiano, giornalista e scrittrice molto amata, è morta il 3 giugno 2018, mentre era ricoverata nel reparto Psichiatria 1-Disturbi dell’umore dell’ospedale San Raffaele Villa Turro di Milano. Alessandra quella mattina chiede e ottiene il permesso di andare a prendere un caffè al bar interno alla struttura ospedaliera. Invece esce, indisturbata (non è attivo alcun controllo o presidio di sicurezza all’ingresso). Percorre via Stamira D’Ancona, lo stradone dell’ospedale, e 400 metri più in là sale all’ottavo piano dell’Hotel Ramada. Verrà ritrovata con al polso il braccialetto dei degenti e nel braccio l’agocannula per le flebo. Sarà il marito Nanni a dover informare l’ospedale della scomparsa della moglie, con gli infermieri che cadono dalle nuvole: “Di che cosa si preoccupa? Sua moglie è andata a prendere un caffè, sarà tornata in stanza...”. Ma Alessandra in stanza non tornerà più... [continua a leggere]

Nessuna crociata, ma la volontà di comunicare, di condividere e di comprendere come si possa prevenire il peggio. Ci interroghiamo anche sul mistero della depressione in sé, che è sempre connessa a una perdita. Perdita di qualcosa, di qualcuno, della propria coscienza. Ma anche perdita del significato della vita: un rischio impalpabile ma onnipresente in ogni essere umano che la pandemia da covid 19 ha reso tangibile per ciascuno di noi.

4 febbraio 2021   |    Anna Giorgi   |    Il Giorno
Suicidio della scrittrice Appiano «Troppe negligenze: si indaghi»

Il noto volto tv era ricoverata in una clinica psichiatrica per una forma molto forte di depressione. Nel 2018 riuscì ad ottenere un permesso per un caffè, salì all'ottavo piano di un hotel e si buttò. Potrebbero esserci state davvero «negligenze ed omissioni» nella storia triste della morte di Alessandra Appiano la bella scrittrice, giornalista e opinionista tv, di 45 anni, che si è tolta la vita nel giugno del 2018, gettandosi dall'ottavo piano di un hotel di lusso, in zona Turro. Una vicenda umana e anche giudiziaria lunga e dolorosa. Il pm di turno aprì un fascicolo a modello 45 per quel suicidio, cioè un fascicolo senza ipotesi di reato, nè indagati che avrebbe consentito però accertamenti più approfonditi. II marito della donna si oppose alla richiesta di archiviazione e il giudice Patrizia Nobile rigettò la richiesta di archiviazione avanzata, quasi subito, del pubblico ministero che allora si occupava del caso. Il gip in sostanza aveva accolto l'istanza del marito della Appiano che si basava soprattutto sulla mancata «protezione» della paziente, la bella giornalista, da parte della struttura medica che la ospitava. La donna, scrittrice di successo, vincitrice del premio Bancarella nel 2003, impegnata nel sociale, nei temi che riguardavano le donne e volto noto in tv, era ricoverata nel reparto Psichiatria-Disturbi dell'umore, dell'ospedale «San Raffaele Villa Turro», nella prima periferia della città. [continua a leggere]

Si può morire di depressione?

Si può morire di depressione? Sì, la depressione maggiore è un disturbo dell’umore potenzialmente mortale, su questo non c’è alcun dubbio, la cui letalità è connessa ai pensieri di morte che si affacciano nella mente del depresso, impadronendosi della sua psiche come una metastasi invisibile, e tantopiù devastante. In Un’oscurità trasparente, William Styron descrive magistralmente lo stato depressivo e la sua deriva letale “Neppure per un istante il depresso abbandona il suo letto di spine, ma vi resta abbarbicato ovunque vada.” Non c’è via di fuga salvo una: la morte come uscita di sicurezza, liberazione da un’insostenibile sofferenza mentale. Il depresso non vuole morire; vuole vivere, ma la vita gli è divenuta insopportabile come può diventarla a un tetraplegico per motivi misteriosi a se stesso. Entrare dentro questo mistero -come Orfeo entra nel regno degli inferi- e riportare i malati nel regno dei vivi, è il compito terribile a cui è chiamata la psichiatria.

L’orrore grigio e brumoso della depressione finisce per assomigliare sempre più al diabolico tormento di trovarsi imprigionati in una stanza spaventosamente surriscaldata. Non c’è via di fuga da questa cella asfissiante: è del tutto naturale che la vittima cominci a pensare senza posa all’oblio”
William Styron
Si può morire di depressione?
Si può morire di depressione? - 2 contributi
  • Ilaria
    Mercoledì 17 febbraio 2021

    Conoscevo la cara Alessandra per la sua fama, purtroppo sembrerà strano, solo in questi giorni e casualmente ho appreso della sua scomparsa avvenuta quasi tre anni fa. Le notizie e i video in cui viene spiegata la sua vicenda descrivono una morte completamente assurda... Il fatto veramente tragico non è la fine di Alessandra per come sia avvenuta, ma come si sia potuto arrivare a tanto essendo lei assistita da una struttura, è completamente inutile dire che il suo sia stato un gesto volontario, dato che il luogo in cui si trovava serviva proprio ad evitare gesti di questo tipo. Lavoro come lavandaia in una rsa dal 2015, beneficio della legge 68/99 (categorie protette), ho un’invalidità civile al 50% a causa di una disabilità psichica con diagnosi di depressione reattiva, ho fatto psicoterapia per quasi 10 anni, ho quindi esperienza di certi disturbi sia come ex paziente, sia per la mia attuale professione. Due anni fa per un corso di formazione mi sono recata nella clinica psichiatrica Villa Cristina a Nebbiuno (Novara), dove vengono curati pazienti affetti da diversi disturbi mentali, e in quell’occasione mi capitò un episodio che si lega alla mia incredulità riguardo alla degenza di Alessandra. I malati venivano sorvegliati nei saloni interni e negli spazi aperti fuori della villa; io, curiosa come sono, mi misi a perlustrare tutti gli spazi esterni mentre ero in pausa dal corso, ma subito mi trovai il braccio sulle spalle di una operatrice che mi diceva di non oltrepassare gli spazi, gentilmente le dissi che ero una corsista e mai sarei scappata... Per questo mi chiedo, al di là del permesso per il caffè, come mai non c’era un sorvegliante per Alessandra, e come mai i medici pur sapendo della patologia e dei farmaci non avevano adottato delle misure più stringenti. Posso capire che a volte il personale è poco e stanco, ma continuo a ripetermi come sia stato possibile allontanarsi così facilmente da una struttura dedicata. A mio avviso tutto il personale medico della struttura è chiamato a rispondere di gravi responsabilità, proprio chi aveva in quel momento il compito di tutela di un malato è venuto meno a ciò. Mi auguro che queste responsabilità omesse dell’Ospedale vengano accertate perché lo stesso personale un giorno che non auguro potrebbe essere nella stessa situazione, con un parente ricoverato ma per nulla tutelato.

  • Ivana C.
    Domenica 29 novembre 2020

    Sono molto grata a Nanni Delbecchi e alle persone che hanno collaborato con lui per far nascere questa associazione dedicata ad Alessandra Appiano, che offre la possibilità alle persone che vivono, o hanno vissuto, il dramma della malattia mentale, di potersi confrontare con qualcuno che ti ascolta, ti capisce, può darti dei consigli. Le esperienze degli altri possono aiutare a non farsi sopraffare dalla disperazione, è importante infatti che non venga mai meno la speranza che la situazione possa cambiare. Ho chiesto di far parte di questa associazione perchè conosco molto bene la depressione e tutte le sofferenze che accompagnano questa terribile malattia che colpisce tante persone, e di conseguenza tante famiglie, che non sanno a chi rivolgersi per avere delle cure adeguate. L’esperienza della malattia mentale io l’ho vissuta come familiare, la depressione aveva colpito mio figlio adolescente. Posso affermare che è veramente insopportabile e devastante vedere soffrire le persone che amiamo ed essere completamente impotenti. Ho deciso di condividere questa mia esperienza, durata circa 20 anni, con persone che si trovano a vivere situazioni simili, perchè solo che ha vissuto momenti così dolorosi può capire quello che si prova. Partendo dalla mia esperienza sono convinta che condividere pensieri e preoccupazioni con qualcuno che ti ascolta con attenzione ed empatia rappresenti un sostegno molto importante.

Le tendenze della psichiatria

Di depressione si può guarire, ma si può anche morire. Per questo la scelta dei terapeuti, della compatibilità tra paziente e terapeuta, delle cure e - nei casi estremi - delle strutture ospedaliere è decisiva. Oggi la psichiatria punta principalmente sul trattamento farmacologico. Una visione fredda, tecnicistica dei disturbi dell’umore. Si cura il cervello assai più che la psiche. E’ innegabile che l’evoluzione degli psicofarmaci abbia cambiato radicalmente le prospettive della psicoterapia, ma il rischio è che tali terapie farmacologiche non siano supportate da una capacità di ascolto e di partecipazione emozionale, e dunque di capacità diagnostica. Mentre i sintomi della depressione si facevano sempre più violenti, Alessandra è passata senza successo da un consulto all’altro, sperimentando i vuoti e le carenze della sanità pubblica, i tempi infiniti per prendere un appuntamento anche a caro prezzo, i limiti di una psichiatria appesa all’ultima molecola del Big Pharma. L’odissea di visite e consulti si è conclusa con la fuga solitaria dall’ospedale in cui era ricoverata anche perché nessun terapeuta aveva saputo comprendere quanto fosse grave lo stato depressivo, con i rischi suicidari a esso connessi. La nostra Associazione vuole richiamare l’attenzione su chi non ha mai smesso di sottolineare quanto sia indispensabile la terapia di parola nella psichiatria. Le malattie mentali vanno trattate comprese e protette secondo un approccio olistico, altrimenti i rischi aumentano, a partire dall’evento letale.

Eugenio Borgna è il padre italiano della psichiatria fenomenologica, nella sua visione una “scienza dell’anima” nutrita di psicologia, medicina ma anche di filosofia e letteratura. Nella sua lunga vita di clinico e nelle sue numerose opere Borgna considera fondamentale la creazione di una “comunità di destino” tra terapeuta e paziente.

La psichiatria in ogni caso, nei diversi luoghi in cui si svolge, richiede modi diversi di ascolto e di dialogo, di silenzio e di cura che sia ricondotta alla ricerca di quello che avviene nella interiorità, nella soggettività, di chi cura e di chi è curato, in un intrecciarsi vivente di relazioni umane. La cura in psichiatria come forma di vita complessa, mai solo farmacologica.
Eugenio Borgna

Anche la logoterapia fondata da Viktor Frankl, il grande psichiatra viennese sopravvissuto ai campi di concentramento nazisti, va nella stessa direzione, fino a diventare una interpretazione di ogni esistenza umana in qualunque circostanza. Per Frankl chi piomba nella sindrome maniaco-depressiva è un essere umano che ha smarrito il significato della propria vita, quella volontà di significato che è la prima forza di motivazione dell’uomo. Al di là delle evidenze genetiche e neurochimiche, quel che chiamiamo sindrome depressiva nasce da una profonda crisi esistenziale elevata all’ennesima potenza. Di conseguenza, la logoterapia si basa sulla parola, sull’ascolto e sull’analisi della vita interiore. Se non si riesce a far ritrovare al depresso il significato della propria esistenza, e il valore della vita in sé, ogni altra terapia rischia di rivelarsi insufficiente.

L’interesse di un uomo per l’utilità della vita e la sua sofferenza è una preoccupazione esistenziale e non certo una malattia mentale. Interpretando la prima in funzione della seconda, un terapeuta può finire per seppellire la disperazione esistenziale del suo paziente sotto un mucchio di medicine tranquillizzanti. In realtà, è suo compito guidare il paziente attraverso le sue crisi esistenziali di crescita e sviluppo.
Viktor E. Frankl

Alla metà degli anni 70, in contrasto l’antipsichiatria secondo cui bisogna aprire i reparti ospedalieri e demedicalizzare la malattia mentale, il professor Giovanni Battista Cassano va controcorrente, e fonda il Centro per la prevenzione e la terapia della depressione presso la Clinica psichiatrica dell’Università di Pisa. Per decenni il Centro è stato l’approdo di pazienti provenienti da tutte le parti d’Italia, gravi depressi che non erano riusciti a capire come combattere questa malattia, dove una specifica diagnosi del tipo di disturbo e la capacità di non abbandonare a se stessi il malato e la sua famiglia sono la chiave di volta. Il “metodo Cassano” è stato criticato perché troppo legato a una visione biologico-genetica, per la centralità della terapia farmacologica e per il regime rigoroso di ricovero, quando ritenuto necessario. Ma come Cassano ha spesso ribadito, l’errore prospettico consiste nel considerare contrapposti la terapia di parola e quella farmacologica, che invece devono essere integrate. Non si cura la mente se non si cura il cervello, e viceversa, perché ogni depressione fa storia a sé. Inoltre, nei rari casi in cui si rende necessario, il ricovero deve garantire un forte regime di sorveglianza e un rigido protocollo anti suicidio, tanto più necessario quanto è centrale la terapia farmacologica, sebbene questo non sempre si applichi nei reparti delle strutture pubbliche cosiddette “aperte”.

Si ritiene che il 15-20 per cento di quanti soffrono di depressione bipolare sia candidato al suicidio. Ma ancora il suicidio non potrebbe avverarsi se i fondamentali istinti di vita non fossero compromessi. E invece l’istinto di conservazione viene meno, la spinta verso la vita si estingue, il legame con gli affetti si dissolve. La depressione è una malattia che annulla la volontà.
Giovanni Battista Cassano
Le tendenze della psichiatria
Le tendenze della psichiatria - 1 contributo
  • Michele Vecchione
    Giovedì 17 dicembre 2020

    PROTESTE E PROPOSTE inviate agli Organi Nazionali Psicologi Psichiatri Medici Ospedalieri Consiglio Forense Ministro Salute Ministro Giustizia; perché: LA VITA DI 1 PERSONA VALE PIÙ DI LEGGI E NORMATIVE VIGENTI! Diamoci tutti una MOSSA affinché CASI DOLOROSI che abbiamo subìto non abbiano a ripetersi. Ognuno faccia la propria parte.
    Gentili interlocutori chiamati in causa, sono il padre di 1 giovane di 43 anni che nel 2018 si è suicidato per molteplici motivi tra cui uno di natura psichiatrica.
    Andiamo con ordine: mio figlio in età maggiorenne si rivolse allo psichiatra di questo territorio che curava la madre per "DEPRESSIONE BIPOLARE", acché lo stesso psichiatra gli diede una cura da fare x il tempo necessario. Questo l’ho scoperto dopo; infatti, mio figlio non mi aveva detto nulla in merito; per cui DOMANDO: E’ TENUTO LO SPECIALISTA AD AVVISARE I FAMILIARI DI UN PAZIENTE CON PROBLEMI PSICHICI ANCHE SE MAGGIORENNE COME MIO FIGLIO? (PROTESTA).
    I seguito egli si recò presso lo studio di una psicologa a Roma x svariate sedute; anche qui non ne sapevo nulla, per cui DOMANDO: E’ TENUTA LA SPECIALISTA AD AVVISARE I FAMILIARI DI UN PAZIENTE CON PROBLEMI PSICHICI ANCHE SE MAGGIORENNE COME MIO FIGLIO?
    Successivamente per ben 2 volte si è recato presso il Pronto Soccorso dell’Ospedale di Frosinone per: INGESTIONE MIX DI FARMACI x cui veniva sottoposto alle cure del caso e dimesso per sua volontà perché MAGGIORENNE ed anche in questo caso noi FAMILIARI all’oscuro di tutto, per cui DOMANDO: SONO TENUTI I MEDICI DEL PRONTO SOCCORSO AD AVVISARE I FAMILIARI DEL PAZIENTE CON PROBLEMI PSICHICI ANCHE SE MAGGIORENNE COME MIO FIGLIO? (PROTESTA).
    Dopo questi episodi si rivolge ad 1 avvocato del territorio per questioni di giustizia pregresse riguardanti il posto di lavoro, ed anche in questo caso la FAMIGLIA all’oscuro di tutto, per cui DOMANDO: ERA TENUTO L’AVVOCATO AD INFORMARE I FAMILIARI DELL’ASSISTITO ANCHE SE NON A CONOSCENZA DEI PROBLEMI PSICHICI E ANCHE SE MIO FIGLIO ERA MAGGIORENNE? (PROTESTA).
    Pertanto, alla luce di quanto è accaduto, lo scrivente invierà delle PETIZIONI alle Camere per VALIDE PROPOSTE INERENTI questi casi, perché il fatto che i pazienti MAGGIORENNI con problemi psichici solo perché MAGGIORENNI I FAMILIARI RESTANO ALL’OSCURO DI TUTTO o per caso dobbiamo far dichiarare dal TRIBUNALE competente che il GIOVANE MAGIORENNE NON HA FACOLTA’ DI INTENDERE E VOLERE? Vi sembra NORMALE una cosa del genere? (PROPOSTA).
    Pertanto mi rivolgo alle SS.LL. in indirizzo diretto, nonché ai Signori Ministri per conoscenza ai quali invierò copia delle PETIZIONI annunciate. Concludo con questo PENSIERO: LA VITA UMANA VIENE PRIMA DI OGNI LEGGE E REGOLAMENTO!
    Infine, se richiesto, invierò la DOCUMENTAZIONE comprovante le varie fasi di quanto detto. In attesa di riscontro porge distinti saluti.
    Alatri, 9 dicembre 2020.
    VECCHIONE Michele

Gesto estremo e eutanasia. Due pesi e due misure

E dunque, chi compie un cosiddetto “gesto estremo” in preda a una grave depressione, in piena terapia farmacologica e per soprammercato in coerenza di ricovero, muore suicida o muore di malattia? Chiederselo è inevitabile, perché nel primo caso il termine “suicidio” copre ogni responsabilità altrui, nel secondo caso no.

La prima ragione di un ricovero per grave depressione è scongiurare i raptus suicidari, eppure nel caso di Alessandra è accaduto l’esatto contrario: è stata dimessa dal suo reparto “causa decesso”, decesso avvenuto fuori dall’ospedale in seguito a una fuga di cui l’ospedale tre ore dopo non si era ancora reso conto. Nessun controllo nelle zone comuni, nessuna forma di sorveglianza all’ingresso. E così ogni forma di protezione è venuta meno.

Il 3 giugno 2018, giorno dell’evento letale, la Procura della Repubblica di Milano ha aperto un procedimento penale contro ignoti ma a distanza di oltre due anni non ha individuato alcuna responsabilità sia riguardo alla posizione dei medici curanti, sia dei responsabili della struttura ospedaliera. Responsabilità che diventano certe, fino all’obbligo di accanimento terapeutico, nel caso di qualunque paziente terminale arrivi a invocare “la buona morte”, diventano dubbie nel caso di una malattia mentale, anche in assenza di qualsiasi protezione da parte dell’ospedale in cui si è ricoverati. Il medico che asseconda la volontà di morte di un malato terminale - l’eutanasia è una cosa, il suicidio un’altra - in Italia è perseguito penalmente; ma secondo la legge 180 il medico che sottovalutando la gravità della malattia lascia in balia di se stesso il depresso ne risponde con certezza solo in caso di Trattamento sanitario obbligatorio.

Gesto estremo e eutanasia
La legge 180. Utopia e realtà dell'antipsichiatria.

Franco Basaglia è stato un grande terapeuta e un grande uomo, pioniere di quella psichiatria esistenziale su cui anche questa Associazione vuole richiamare l’attenzione, perché se ne sente un gran bisogno. L’antipsichiatria di Basaglia ha raggiunto traguardi fondamentali come la chiusura dei manicomi lager e la liberazione dei cosiddetti “matti”. In questa clip “Chi non ha, non è” sono raccolte alcune sue riflessioni.

Ma come in ogni utopia, c’è il rovescio della medaglia. Il principio di autodeterminazione del malato mentale previsto dalla legge 180 ha di fatto deresponsabilizzato medici e ospedali psichiatrici di fronte a qualsiasi evento. Qualunque cosa accada, la sottovalutazione del disturbo, la riduzione di personale (con enormi risparmi e maggiori profitti per le strutture ospedaliere) e la mancanza di protocolli non rappresentano in linea di principio un reato. Dopo 17 giorni di ricovero, Alessandra diceva di stare sempre peggio e chiedeva di essere dimessa, contro il parere dei medici. Alle otto del mattino, subito dopo avere assunto i farmaci ha ottenuto un permesso per scendere nel giardino dell’Ospedale San Raffaele Ville Turro senza nessuno che la sorvegliasse. Dal giardino è riuscita a fuggire con estrema facilità e ha raggiunto l’Hotel Ramada distante 200 metri dall’ospedale. Le telecamere dell’albergo la hanno ripresa sull’ascensore che sale al solariun. Cosa è accaduto su quel solarium, dove è arrivata con l’agocannula della fleboclisi nel polso, non lo sapremo mai; se si è abbandonata a un raptus suicida, se osservando il vuoto ha avuto le vertigini se in preda a allucinazioni ha creduto di volare.

Non lo sapremo mai. Ma qualsiasi cosa sia avvenuta, si è trattato davvero di una “libera scelta”? Come si può attribuire al depresso la responsabilità di scegliere tra la vita e la morte, considerando che la morte è l’unica scelta non reversibile? Come è possibile che non si individui alcuna responsabilità in chi ha preso in cura pazienti sconvolti dal dolore mentale? In nome del rischio contagio da covid 19 siamo stati privati della libertà di uscire di casa; eppure il ricoverato psichiatrico parrebbe libero di raggiungere e lanciarsi da un ottavo piano.

Scrive Fuani Marino in Svegliami a mezzanotte, il libro vincitrice del Premio Alessandra Appiano per il 2020: “Quando i nostri organi vitali si ammalano gravemente, o smettono di funzionare come dovrebbero, corriamo all’ospedale, e non vorrei che l’antipsichiatria ci abbia tratti in inganno no a questo punto. Abolire i manicomi (luoghi di clausura, più che di cura) e restituire i malati psichici alla società è un conto, privare questi ultimi delle cure di cui necessitano in nome della loro libertà, è un altro.”

Per Alessandra non c’è più nulla da fare. Ma siamo convinti che se la giurisprudenza italiana vorrà porsi questo problema, prendere atto della necessità di colmare le evidenti lacune, molte altre vite potrebbero essere salvate.

La legge 180. Utopia e realtà dell'antipsichiatria
A ciascuno la sua droga

Se la depressione è un tabù, il ruolo giocato nei disturbi dell’umore dagli psicofarmaci è un tabù al cubo. Eppure, come ognuno di noi può verificare anche solo dalla lettura dei bugiardini, l’assunzione degli antidepressivi può abbattere i freni inibitori, rafforzare i pensieri di morte e tradurli in raptus suicidari in virtù del cosiddetto “effetto paradosso.”

Pubblichiamo di seguito l’inchiesta realizzata da Elisabetta Ambrosi per il mensile MILLENIUM di giugno 2018: per una triste coincidenza, proprio mentre Alessandra era ricoverata sotto psicofarmaci all’ospedale Villa Turro San Raffaele.

A Elisabetta abbiamo chiesto anche di spiegare come è maturata una scelta tanto scomoda.

Reportage: A ciascuno la sua droga di Elisabetta Ambrosi - MILLENIUM, giugno 2018

Psicofarmaci, il tabù dei tabù

di Elisabetta Ambrosi

Quando la sindrome depressiva, magari associata a un temperamento bipolare, si prolunga, se la terapia di parola sembra insufficiente a curarla, in molti pazienti subentra ciò che ormai sembra ovvio e che in nessun caso dovrebbe esserlo: il ricorso agli psicofarmaci. Principi attivi che agiscono sulle cellule neuronali, modificandole. Una variabile che dovrebbe essere gestita con attenzione maniacale perché le emozioni non sono più modificate da altre emozioni, ma da una spinta chimica, che se in teoria serve ad abbassare l’ansia o lenire la tristezza, spesso diventano una variabile, appunto, incontrollata. E la persona stessa, se non aiutata, rischia di confondere libertà e necessità, sentimento e spinta chimica. È esattamente qui che può scatenarsi l’inferno.

Se si sta peggio, ma il motivo a questo punto è diventato opaco, si cambia il farmaco, se ne aggiungono altri. Se si sta meglio, il farmaco si riduce, ma le conseguenze - l’effetto “rebound” – possono essere feroci persino se scalato, proprio come una droga. A quel punto chi soffre entra in un vortice, quello in cui non può più capire da che cosa dipendano i suoi stati d’animo. La situazione si aggrava se chi gli sta intorno lo invita a reagire, a provare di stare meglio, quando di fatto non esiste più alcuna volontà. Il risultato è la disperazione infinita, che è atroce perché non ha più nessun significato. È un buco nero di senso, e per forza, perché la semantica è stata stravolta.

È il tunnel non della depressione, come spesso viene chiamato, ma della mancata comprensione di quella depressione, anche a causa dei farmaci che tutto hanno deformato. A volte si riesce a uscirne. Bisogna essere fortunati, molto spesso è casuale. Altre volte uscire non è possibile, perché nulla è più comprensibile, e questo equivale al coma psichico capace di indurre pensieri di morte, perché la sofferenza è insopportabile. Per dare un’idea, è come vivere in un film dell’orrore che non si ferma più. Non c’è libertà. Non c’è scelta. Non è possibile altrimenti. Ma questo non vuol dire che la persona non abbia provato a salvarsi. Lo ha fatto, magari per lunghi mesi, attanagliato dalla paura crescente, dalla consapevolezza sempre più grande che l’alternativa non c’era. Il ricovero questo è, quasi sempre: una richiesta di aiuto infinita, la speranza che qualcuno si prenda carico di questa sofferenza che i farmaci hanno reso cieca. Perché ripeto, non è la sofferenza in sé che uccide, ma l’idea che da quella sofferenza non sia più possibile uscire.

Da qui

Di tutto questo nessuno parla. L'allarme sociale si focalizza sul consumo di droghe, anche giustamente, dallo spaccio allo strazio di morti giovani e assurde, devastate da nuove sostanze, pur con esiti identici a ieri. Ma della vendita incontrollata di psicofarmaci, spesso presi in dosi massicce da chi ne fa uso e non riesce a smettere, spesso chiesti al farmacista benevolo di turno che li dà senza ricetta - in fondo li prendi da una vita - sui media non esce una riga. Peggio ancora, nessuno parla di terapie fallite assegnate da medici, gli psichiatri, a cui la società assegna un ruolo quasi sacro, intoccabile, né di cosa accade quando si passa da uno specialista all'altro, magari per un ricovero, o di quando il passaggio, o il mescolamento, di vari principi attivi, vecchi e nuovi, produce effetti che possono diventare incontrollabili. Perché tutto ciò accade nella mente, che è "invisibile". Non è la garza lasciata nello stomaco, non è l'operazione andata male. Da qui è nata l'idea di questo reportage pubblicato sul mensile MILLENNIUM nel giugno 2018. Che, come spesso avviene, parte da una storia. Quella di un ragazzo, rimpallato da un Sert all'altro, imbottito di psicofarmaci fino, letteralmente, a morirne, ma cui è stata negata anche l'autopsia, perché "non erano droga". Una storia per raccontarne altre migliaia, una storia per denunciare il silenzio e l'opacità sul mondo della psichiatria e degli psicofarmaci che produce vittime senza colpa. Delle quali si dice solo la vuota frase "Troppa sofferenza, non ce l'hanno fatta".

Reportage: A ciascuno la sua droga - di Elisabetta Ambrosi - MILLENIUM, giugno 2018

Elisabetta Ambrosi
Psicofarmaci, il tabù dei tabù
Il virus del nonsenso

di Vito Oliva

3 giugno 2018: Alessandra sfugge dopo 17 giorni al lockdown clinico e pervasa di psicofarmaci fugge via dal cornicione basso di un solarium di un albergone milanese.

3 giugno 2020: dopo 3 mesi finisce il primo lockdown dell’era Covid e si riaprono i recinti delle italiche stalle regionali.

Dicono che il virus è un veleno che può provocare la morte. Un parassita che s’impossessa della mente come la depressione maggiore. Oppure una gocciolina droplet che ti entra nella bocca, nel naso o negli occhi insufflando SARS-CoV-2 nei polmoni. Sino ad esalare l’ultimo respiro dell’anima, dello spirito

Che senso ha mettere in relazione la depressione e l’ultima delle pandemie? Sono convinto che Alessandra oggi indosserebbe con noi la mascherina. “E’ andato tutto dal culo – direbbe - e pensare che due anni fa mi trovavo sull’orlo del baratro”. Un mutamento della percezione dell’esistenza nel ballo in maschera di un mondo accozzato e rintanato da un virus sconosciuto che balla nell’aria ponendo fine a certezze secolari e globali. Giorni e giorni di lockdown, murati vivi con la solitudine, la famiglia, la casa, un luogo decretato dal caso, sono bastati per farci perdere quelle sicurezze che davano un senso alla nostra vita.

E di fronte alla frana dei significati, dinanzi a quel vuoto planetario, chi invece s’era già smarrita nella selva oscura della perdita del senso si ritrovava d’un tratto in coda al supermercato con la mascherina, distanziata ma circondata da persone come lei disorientate, smarrite, svuotate. Grazie Covid, mormorava dentro di sé nascosta dalla mascherina: ora non avrebbe più senso farla finita. E si ficcava le dita nelle orecchie tappate dal cerume di una vita che avevano reso i rumori, le voci sempre più lontani sullo sfondo. Ovattati.

Lo so, non siete d’accordo. I dati, gli esperti sostenevano il contrario: i suicidi erano aumentati dopo la perdita di una persona cara in una casa di cura per anziani, del posto di lavoro, delle sicurezze economiche, delle prospettive di vita. Insomma una una lunga fila di potenziali depressi. Ma intanto lei provava a masticare, a sbadigliare, a deglutire, a respirare. Con dei bang! di tuono improvvisi che per una frazione di secondo facevano sentire le frequenze più alte, i fruscii della vita, dell’anima, dello spirito. Forse perché aveva ritrovato un “se” smarrito dalla ricerca di un senso senza senso che il virus aveva svelato proprio a tutti.

Vito Oliva
Il virus del nonsenso
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Bibliografia ragionata

Lo scaffale

I libri amati da Alessandra, i libri che sondano il mistero doloroso della depressione, i libri che affrontano “il solo problema filosofico veramente serio: quello del suicidio” (Albert Camus). In ogni stanza del sito c'è posto per una serie di consigli di lettura coerenti ai temi trattati. Chiunque ha facoltà di proporre e motivare i propri titoli.

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Lo scaffale - 2 contributi
  • Eleonora Rossi
    Sabato 28 novembre 2020

    Da anni, pur occupandomi professionalmente di altro (sono una guida turistica) leggo libri di psicologia e psichiatria. I motivi sono vari, mi interessa comprendere meglio i disagi e le problematiche che coinvolgono persone sensibili e particolarmente empatiche, che spesso si accollano i dispiaceri del mondo in cui viviamo. Nella mia storia personale ho conosciuto tanti amici che hanno lottato per uscire da malattie psichiatriche varie (soprattutto bipolarismo e depressione maggiore) e purtroppo tre carissimi amici non ce l’hanno fatta, forse convinti di non avere più la forza di affrontare il loro dolore. Il romanzo di Mencarelli l’ho conosciuto grazie al Premio Strega, lo trovo profondo e coinvolgente, estremamente lucido nel descrivere il suo abisso interiore e tenace nella rinascita.

    Daniele Mencarelli, Tutto chiede salvezza, Mondadori

  • Ludovica
    Domenica 22 novembre 2020

    Consiglio L’uomo che trema di Andrea Pomella, un racconto autobiografico che esplora il vissuto e la quotidianità di una persona affetta da depressione maggiore. Il romanzo fa emergere, tra le altre cose, la difficoltà di ottenere una diagnosi che non sia sbrigativa, l’impotenza e il coraggio di chi si trova a dover affrontare la sofferenza altrui, l’"ordinaria" difficoltà di stare al mondo per chi convive con un disturbo mentale grave.

    Andrea Pomella, L’uomo che trema, Einaudi

Perché tornare a Viktor Frankl
PERCHÉ TORNARE A VIKTOR FRANKL

di Paolo Del Debbio

Perché proprio oggi, in questa epoca della nostra storia, è importante ritornare sul contributo dello “psicologo dei lager”, il neurologo, psichiatra e filosofo viennese Viktor Frankl (1905-1997)? La questione ha una parola: si chiama senso della vita. Occorre tornare a Viktor Frankl, per il semplicissimo motivo che ciò di cui abbisogna il nostro mondo è esattamente il senso della vita. Dispersi, frastagliati, senza radici, la generazione di internet perché dovrebbe interrogarsi sul senso se tutto si gioca in superficie? Il senso chiede di immergersi e, attraverso l’immersione, andare oltre. Anche perché quando arrivano quelle che Karl Jaspers chiamava le “situazioni-limite” della vita: la sofferenza, la morte, le asperità forti della vita, la mancanza di senso si fa viva anche se non se ne conosce il nome, anche se – genericamente-, la chiamiamo depressione. Insomma, nell’epoca che più ha smarrito il senso, questo è ciò di cui meno si parla. E arriva la chimica che può aiutare a liberare uno spazio nell’anima, nella psiche, ma una volta liberato – come insegnava Frankl – rimane vuoto. Vuoto di senso. “Il medico -scrive Frankl – deve avere coscienza del bisogno che l’uomo ha di dare un significato alla propria vita. Ma alla nostra epoca, epoca di dubbio sul senso della vita, è più che mai necessario che egli resti ben cosciente – ed aiuti il suo paziente a prendere a sua volta coscienza di ciò – che la vita non cessa di avere un significato, neppure in mezzo alle sofferenze, anzi è proprio la sofferenza ad offrire possibilità di realizzare il significato più elevato, il valore più alto possibile.” Frankl, prima di scrivere queste cose, era passato da quattro campi di concentramento, tra i quali Auschwitz e Dachau. Aveva, cioè, sperimentato una delle peggiori esperienze nelle quali si era manifestato il mysterium iniquitatis nel XX secolo. Ci aveva vissuto in mezzo e da lì aveva imparato che senza il senso la vita non ha un orizzonte di possibilità, ma solo di angoscia.

• Viktor E. Frankl, Alla ricerca di un significato della vita. Per una psicoterapia riumanizzata, Mursia
• Viktor E. Frankl, L’uomo in cerca di senso, FrancoAngeli
E liberaci dal male oscuro
PRIMO: ACCENDERE LA LUCE

La depressione: una malattia genetica, una malattia rimossa e subdola, una malattia curabile ma potenzialmente letale. Una malattia che aggredisce chiunque, quale che sia il censo la cultura e l’età, dove la sensibilità del singolo malato è una variabile fondamentale, ma particolarmente insidiosa quando è connessa al talento artistico e creativo. Questo è il libro che ogni affetto da depressione e ogni familiare dovrebbe leggere prima di tutti gli altri per comprendere quanto la consapevolezza possa essere decisiva nella cura. Per combattere il male oscuro la prima cosa da fare è illuminare l’oscurità. La diagnosi, i trattamenti, i soggetti a maggior rischio, l’analisi dei traumi… l’intervista di Serena Zoli al professor Giovanni Battista Cassano tocca tutti i punti fondamentali della sindrome, come un filo di Arianna dipanato nel labirinto, e alla fine della lettura si esce confortati, in grado di agire.

• Giovanni Battista Cassano con Serena Zoli, E liberaci dal male oscuro, Tea
Svegliami a mezzanotte
CRONACA DI UN DOLORE

Dove tutti voltano la testa, Fuani Marino ha guardato negli occhi il suo male di vivere e ha scritto questo racconto in presa diretta dai luoghi più oscuri del sé, a partire dal momento in cui un incontenibile disturbo psichiatrico, all’indomani del parto, la spinge a tradurre in gesto la fine della sua vita, una fine a lungo vagheggiata. Scritto metà col sangue e metà con la ragione, senza remore e senza sconti, Svegliami a mezzanotte è un libro inclassificabile, dove narrazione, memoir, autoanalisi e riflessione saggistica si scambiano le parti attraverso una lingua limpida e asciutta. Come il dolore della mente possa diventare annullamento del corpo, ma anche il prima e il dopo, alla ricerca di un equilibrio sempre inseguito, mai raggiunto una volta per tutte.

• Fuani Marino, Svegliami a mezzanotte, Einaudi
Un’oscurità trasparente
LA TEMPESTA PERFETTA

Solo chi ci è passato può capire cos’è la depressione, e fino a che punto chi non ci è passato, per quanti sforzi faccia, sia portato a equivocare la gravità di questa perfetta tempesta di tenebre. Crollo dell’autostima, senso della perdita, desiderio divorante di oblio: “E’ impossibile dubitare del fatto che la depressione, nella sua forma estrema, è pazzia.” William Styron rivede alla moviola il film della sua malattia, l’inesorabile progressione del dolore, l’impossibilità di comunicarne gli effetti anche agli specialisti a cui si è rivolto. Styron narra l’inferno e vi trascina il lettore con la forza del grande romanziere, solo che questa volta il protagonista è se stesso.

• William Styron, Un’oscurità trasparente, Mondadori
Il fiume della vita - Una storia interiore
LO SCIENZIATO DELL’ANIMA

In questa autobiografia tessuta di memorie rapsodiche e echi letterari il grande terapeuta Eugenio Borgna nel rivocare le tappe della sua vita ribadisce la propria visione della psichiatria come scienza dell’anima, in contrasto con la tendenza prevalente della medicina tout court, “oggi sempre più affascinata e divorata dalla tecnica.” Una psichiatria emozionale, fenomenologica, basata sull’ascolto, il dialogo, l’empatia, la ricerca dell’indicibile che si nasconde nella vita interiore dei pazienti, e senza la quale ogni cura farmacologica si rivela insufficiente, disumanizzante. Vertiginose le pagine finali che si interrogano sull’intreccio tra vita e morte, e sugli abissi di chi arriva a tentare il suicido: “Ci si uccide quando non si ha più speranza, o quando non resta se non la speranza della morte?”

• Eugenio Borgna, Il fiume della vita - Una storia interiore, Feltrinelli